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Decisioni e psicodemocrazia. La "terapia" deliberativa

  • Immagine del redattore: Stefano Sotgiu
    Stefano Sotgiu
  • 30 giu 2016
  • Tempo di lettura: 3 min

Psicodemocrazia. E’ il titolo di un recente saggio del neuroscienziato Gabriele Giacomini, secondo il quale le nostre decisioni di cittadini sarebbero irrazionali. Non arriverebbero cioè da un calcolo adeguato di costi e benefici. Dopo la Brexit, dopo che agli elettori italiani ed i partiti politici mettono in mano il potere a personale che non offre garanzie adeguate in termini di esperienza e preparazione. Dopo che ovunque nella nostra esperienza osserviamo comportamenti individuali non coerenti con il bene collettivo, è lecito chiederselo: siamo razionali? Come riprendere il sentiero verso decisioni che non siano dettate dalla cosiddetta “pancia”? C’è una “terapia” per la Psicodemocrazia?


La “pancia”, secondo lo psicologo premio Nobel per l’Economia Daniel Kahneman è il nostro cosiddetto “sistema uno”, localizzato in un’area del cervello interna, primitiva. Il “sistema uno” non bada per il sottile, deriva dal cervello dei rettili ed è fatto per prendere decisioni immediate, spesso salvavita. L’uomo primitivo lo utilizzava, ad esempio, per evitare rischi per la sua incolumità. E’ rapido, dunque, ma non indugia nella valutazione dei pro e contro delle decisioni. Attraverso di esso, ancora oggi, prendiamo la maggior parte delle decisioni, comprese quelle politiche e finanziarie che condizionano la nostra vita. Il “sistema due” è invece più lento, faticoso da utilizzare ma più adatto a decisioni complesse. E’ quello che ci fa risolvere problemi matematici, quello scientifico, quello ponderato e “saggio”. E’ localizzato nelle aree della corteccia prefrontale, la cui attività principale è quella di guidare pensieri ed azioni in accordo con i propri obiettivi. Allora, la domanda è questa: se prendiamo la maggior parte delle decisioni, anche importantissime, con una forma di razionalità sbrigativa, per così dire, è giusto porre la questione se siano quelle più adatte a risolvere i nostri problemi collettivi? Come curare la Psicodemocrazia? Qual è la giusta “terapia”?


Qualcuno pensa sia il cosiddetto nudging, cioè la spinta gentile, l’aiuto, arrivati al momento della decisione, ad imboccare la strada che porta al bene individuale e collettivo lasciando la possibilità di scegliere quella opposta. Facilitare le persone nel “fare la cosa giusta”. Sunstein e Thaler, autori di un famosissimo libro su questo tema, lo definiscono “paternalismo libertario”. Ti lascio aperte tutte le strade, ma ti facilito nel prendere quella che – ad una valutazione razionale a monte – è quella che conduce al maggior benessere individuale e collettivo. Ti facilito facendo leva su quegli elementi che il tuo sistema uno può decodificare ed interpretare, parlando il linguaggio del rettile che è in te.


Stando nella metafora, altra “terapia” per la Psicodemocrazia è stimolare il sistema due, quello più razionale. Cioè creare ambienti decisionali in cui le persone non siano costrette a decidere in fretta, con informazioni parziali, senza la necessaria discussione, il confronto con gli esperti e le posizioni politiche in campo. Di questa famiglia fa parte tutta la cosiddetta democrazia deliberativa, della cui famiglia allargata il Dibattito Pubblico appena introdotto in Italia, fa parte. In questi contesti decisionali, necessariamente limitati nei numeri ma ormai riproducibili in un certo qual modo attraverso il web, i cittadini scelgono dopo essere stati coinvolti in un processo ricco d’informazioni sui pro ed i contro, facilitato da professionisti, in cui il dibattito è stato approfondito. Gli irlandesi hanno deciso importanti modifiche costituzionali con un referendum che è arrivato dopo un lavoro di questo tipo. Hanno fatto decidere il Saggio in loro. Gli inglesi, invece, hanno deciso la Brexit mettendosi nelle mani del Rettile il loro futuro. Voi a chi lo affidereste?


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