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La “filiera corta” della democrazia. Come disintermediare senza perdere valore politico

  • Immagine del redattore: Stefano Sotgiu
    Stefano Sotgiu
  • 24 nov 2016
  • Tempo di lettura: 3 min

Disintermediazione. E’ una delle parole-chiave della contemporaneità. Le tecnologie consentono di tagliare fasi dei processi economici. Si affermano nuove forme di organizzazione sociale che saltano a piè pari la funzione d’intermediazione svolta per decenni da alcuni soggetti. E’ il caso del cibo: i consumatori si avvicinano sempre più ai produttori saltando la distribuzione. Il successo crescente della filiera corta lo dimostra: non si perde valore lungo la strada, più semplicemente il valore che prima veniva appropriato dagli intermediari, ora si redistribuisce fra produttore e consumatore. La filiera corta è una buona metafora anche per la riforma costituzionale, che prevede un taglio degli intermediari politici direttamente eletti dai cittadini.


Oggi la “filiera” politica prevede numerosi passaggi per portare un’istanza dalla base al vertice. Si parte dal territorio, dagli amministratori locali, poi si coinvolgono i consiglieri provinciali (se vincerà il No, probabilmente sarà messa in discussione anche la soppressione delle Province), poi quelli regionali, poi i senatori. E’ l’integrale coinvolgimento di questa catena decisionale che consente di portare un’istanza all’attenzione del governo. La Francia e la Germania hanno scelto di accorciare questa filiera. Particolarmente interessante il caso transalpino, in cui uno Stato forte e considerato da sempre il più centralista d’Europa, attraverso questo meccanismo ed un progressivo affermarsi della democrazia deliberativa, ha visto crescere – e di molto – l’ascolto per i territori e l’inclusività delle scelte.


E’ in Francia che nasce il Dibattito Pubblico per le grandi opere, recentemente ripreso dal nostro governo, è nel Paese transalpino che si affermano diverse forme di disintermediazione politica fondate sulla democrazia deliberativa come le Conférence des Citoyens. L’equazione più rappresentanti direttamente eletti uguale più democrazia è smentita dai fatti. Nel nostro Paese, dopo decenni di bicameralismo paritario, dopo il continuo proliferare di livelli di governo controllati da rappresentanti eletti sentiamo il massimo del distacco dalla politica. E’ del tutto evidente che la qualità della democrazia non dipende dal numero degli eletti. E’ quindi del tutto legittimo per i cittadini pensare di tagliare in questi settori, per risparmiare in una fase di crisi della finanza pubblica, non perdendo assolutamente nulla in termini di “valore” politico prodotto, guadagnandoci in termini finanziari e di accorciamento dei tempi della decisione.


Tuttavia, questo accorciamento della “filiera” non può bastare. Se è vero che la qualità delle decisioni non è direttamente proporzionale al numero dei rappresentanti eletti – anzi, come sopra si è provato a dire – è altrettanto vero che è necessario lavorare per un maggiore coinvolgimento diretto dei cittadini e delle cittadine. Funzione, questa, che nel mondo della rappresentanza, quello del secolo scorso, veniva svolta dai partiti. Inutile dire che si tratta di un ruolo che ha scarsissime possibilità di essere recuperata da parte delle organizzazioni politiche di massa. Non esistono i motivi culturali e valoriali del Novecento perché questo avvenga. Serve allora costruire nel nostro Paese la seconda gamba della democrazia che consenta di poter accorciare la filiera senza perdere – anzi, guadagnando – in termini di democraticità, qualità ed efficacia delle decisioni. Serve lavorare sulla democrazia deliberativa, dialogica, sperimentale o come in questi anni è stata definita la pratica di coinvolgere direttamente i cittadini nelle decisioni attraverso processi di deliberazione, cioè di discussione informata che arriva a determinare prese di posizione condivise che, a loro volta, entrano nelle decisioni connesse alle politiche pubbliche.


Non è dunque da meccanismi che appartengono al mondo novecentesco della rappresentanza intermediata degli interessi, sulla quale sono state costruite rendite di posizione criticate unanimemente, almeno fino a ieri – che ci dobbiamo aspettare miglioramenti nella qualità decisionale delle nostre istituzioni. Al contrario, è dalla pratica giornaliera e costante delle forme della democrazia deliberativa, che consente un maggior ascolto dei cittadini e delle cittadine diretto, senza intermediazione politica, anche con un numero minore di rappresentanti eletti. Tagliare la “filiera” è possibile ma solo a queste condizioni, se non si vuole perdere “valore” politico.

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