La morte dell’expertise
- Tom Nichols (traduzione/adattamento di Stefano
- 20 gen 2017
- Tempo di lettura: 9 min

Sono (o almeno credo di essere) un esperto. Non di tutto, ma di una particolare area della conoscenza umana: le scienze sociali e le politiche pubbliche. Quando dico qualcosa su questi temi, mi aspetto che la mia opinione abbia più peso di quello della maggior parte delle altre persone.
Non ho mai pensato queste fossero affermazioni particolarmente controverse. Ma, per come si sono messe le cose, lo sono molto. Oggi, ogni asserzione di competenze produce un’esplosione di rabbia in certi ambienti dell’opinione pubblica americana, che si lamentano subito che tali affermazioni non sono altro che fallaci "appelli all'autorità," segni certi di un terribile "elitismo" ed uno sforzo evidente di usare credenziali per soffocare il dialogo richiesto da una democrazia "reale".
Ma la democrazia, come ho scritto in un saggio su C.S. Lewis e la vicenda Snowden, comporta un sistema di governo, non un effettivo stato di uguaglianza. Ciò significa che godiamo di pari diritti rispetto al governo, e in relazione gli uni agli altri. Avere parità di diritti non significa avere talenti uguali, uguali capacità, o uguali conoscenze. E certamente non significa che l'opinione di ognuno su qualcosa è buona come quella di chiunque altro. Eppure, questo è ora il credo di un discreto numero di persone, pur essendo un’evidente assurdità.
Che succede?
Temo si assista alla "morte della expertise": un crollo di qualsiasi divisione tra professionisti e laici, studenti e insegnanti, conoscitori e curiosi alimentato da Google, basato su Wikipedia, “infradiciato” dai blog - in altre parole, tra coloro che hanno ottenuto titoli in un’area del sapere e quelli che non ne hanno ottenuto nessuno. Con questo, non intendo la morte di competenza reale, la conoscenza delle cose specifiche che definisce alcune persone rispetto ad altre in vari settori. Ci saranno sempre medici, avvocati, ingegneri e altri specialisti in vari campi. Piuttosto, ciò che temo sia morto è il riconoscimento di competenze come qualcosa che dovrebbe modificare il nostro modo di pensare o di vivere.
Questa è una pessima cosa. Sì, è vero che gli esperti possono commettere errori, come i disastri dal Talidomide all'esplosione del Challenger tragicamente ci ricordano. Ma gli esperti hanno una percentuale di “tiro” migliore rispetto ai laici: i medici, qualunque siano i loro errori, sembrano fare meglio nella cura della maggior parte delle malattie dei guaritori o della zia Ginny ed il suo speciale impiastro di intestino di pollo. Rifiutare la nozione di competenza, e sostituirla con l’ipocrita insistenza che ogni persona ha il diritto alla propria opinione, è stupido.
Peggio ancora, è pericoloso. La “morte” della expertise è un rifiuto non solo della Conoscenza, ma dei modi in cui noi acquisiamo conoscenze ed impariamo le cose. Fondamentalmente, si tratta di un rifiuto della scienza e della razionalità, che sono le fondamenta della civiltà occidentale stessa. Sì, ho detto "civiltà occidentale": quel paternalistico, razzista, approccio etnocentrico alla conoscenza che ha creato la bomba nucleare, la Edsel, New Coke, ma che mantiene anche i diabetici vivi, fa atterrare aerei di linea-Mammuth nel buio, e produce documenti come la Carta delle Nazioni Unite.
Non si tratta solo di politica, il che sarebbe già abbastanza grave. No, è peggio: l'effetto perverso della “morte” della expertise è che, senza veri esperti, ognuno è un esperto su tutto.
Per fare solo un esempio terrificante, viviamo oggi in un avanzato Paese post-industriale che sta combattendo una recrudescenza di pertosse - un flagello quasi eliminato un secolo fa - semplicemente perché le persone altrimenti intelligenti stanno avendo ripensamenti su quanto dicono i loro medici e rifiutano di vaccinare i loro bambini dopo aver letto cose scritte da persone che non sanno assolutamente niente sulla medicina. (Sì, voglio dire persone come Jenny McCarthy).
In politica, ugualmente, il problema ha raggiunto proporzioni assurde. La gente in dibattiti politici non distingue più la frase "ti sbagli" dalla frase "sei stupido." Non essere d'accordo è insultare. Correggere un altro è essere un nemico. Rifiutare di riconoscere punti di vista alternativi, non importa quanto sia incredibile o stupido, è essere ottusi.
Come la conversazione è diventata estenuante
I critici potrebbero respingere tutto questo dicendo che ognuno ha il diritto di partecipare alla sfera pubblica. È vero. Ma ogni discussione deve avvenire entro i limiti e al di sopra di una certa linea di base di competenza. E la competenza è gravemente carente nella sfera pubblica. Le persone con forti opinioni sull’andare in guerra in altri paesi riescono a malapena a trovare la propria nazione su una mappa; le persone che vogliono punire il Congresso per questa o quella legge non conoscono nemmeno il nome del proprio rappresentante alla Camera.
Questa ignoranza non impedisce alle persone di discutere quasi fossero ricercatori. Affrontate una questione politica complessa con un profano oggi, e otterrete richieste incoerenti e sofistiche di mostrare una sempre crescente quantità di "prove" o "evidenze" per le vostre affermazioni, anche se l'interlocutore ordinario in tali dibattiti non è realmente attrezzato per decidere ciò che costituisce "prova" o per sapere quando una prova sussiste.
L'uso di prove è una forma specializzata di conoscenza che richiede molto tempo per essere appresa, motivo per cui articoli e libri sono soggetti a revisione fra pari e non a revisione di tutti, ma non dice niente a chi ha un atteggiamento intimidatorio sul come funzionano le cose in realtà a Mosca o Pechino o Washington.
Questo sovverte ogni reale speranza di una conversazione, perché è semplicemente estenuante - almeno parlando dal mio punto di vista come esperto di politica nella maggior parte di queste discussioni - di dover partire dall’abc di ogni argomento e stabilire anche la più semplice base di conoscenza, e quindi costantemente di dover negoziare le regole di argomento logico. (La maggior parte delle persone che incontro, per esempio, non hanno idea di cosa si un non-sequitur, o di quando se ne stia utilizzando uno, né capiscono la differenza tra generalizzazioni e stereotipi.) La maggior parte delle persone è già un po’ stizzita ed offesa, prima ancora di affrontare la sostanza della questione.
Un tempo - nel lontano Medioevo, prima degli anni 2000 - la gente sembrava capire, in modo generale, la differenza tra esperti e profani. C'era una chiara demarcazione nelle dispute politiche, perché obiezioni e dissenso tra esperti venivano da loro pari - cioè da parte di persone dotate di conoscenze simili. Il popolo, in gran parte, era spettatore. Questo era un bene ed un male allo stesso tempo.
Mentre eliminava il “fattore ebollizione” nelle discussioni (chi scriveva controllava le proprie pagine di lettere, cosa che oggi sarebbe definita "moderare"), ciò significava anche che a volte dibattito pubblico era troppo esoterico, condotto meno per chiarire pubblicamente un argomento e più come duello in un gergo tra esperti.
Se gli esperti tornano a parlare solo tra di loro, è un male per la democrazia.
Nessuno - non io, in ogni caso - vuole tornare a quei giorni. Mi piace il XXI secolo, e mi piace la democratizzazione della conoscenza e la più ampia cerchia della partecipazione pubblica. La maggiore partecipazione, tuttavia, è messa in pericolo dall'insistenza del tutto illogica sul fatto che ogni parere dovrebbe avere lo stesso peso, perché le persone come me, prima o poi, sono costrette a perdere la sintonia con altre persone che insistono sul fatto che partiamo tutti dallo stesso livello. (Spoiler: Non è così)). E se ciò accade, gli esperti torneranno a parlare solo gli uni agli altri. E questo è un male per la democrazia.
Lo svantaggio di non avere gatekeepers (guardiani di una conoscenza o di una risorsa)
Come è avvenuta l’emersione di questa irritabilità rispetto alla competenza e come questa cosa può essere diventata così immensamente stupida? Una parte di questo è puramente causato della globalizzazione della comunicazione. Non ci sono gatekeepers: le riviste e le pagine editoriali che un tempo erano rigorosamente sottoposte ad editor sono stati annegate sotto il peso di blog auto-pubblicabili.
C'è stato un tempo in cui la partecipazione al dibattito pubblico, anche nelle pagine di un giornale locale, richiedeva la presentazione di una lettera o di un articolo, e la presentazione doveva essere scritta in modo intelligente, passare una revisione editoriale, e riportare il nome dell'autore. Anche allora era una cosa importante ottenere di pubblicare una lettera in un grande quotidiano.
Ora, chiunque può mettere con le spalle al muro la sezione commenti di qualsiasi pubblicazione importante. A volte, questo si traduce in una libertà di espressione che spinge ad una migliore riflessione. La maggior parte delle volte, tuttavia, significa che chiunque può pubblicare tutto ciò che vuole, sotto qualsiasi copertura anonima, senza bisogno di difendere il proprio punto di vista o essere richiamato per essere in torto.
Un’altra ragione del crollo della expertise non è dovuta all’informazione liberamente disponibile ma alla natura sempre più partigiana delle campagne politiche degli Stati Uniti. C'è stato un tempo in cui i presidenti vincevano le elezioni per poi setacciare le università ed i think tank per costituire staff di cervelli; è così che Henry Kissinger, Samuel Huntington, Zbigniew Brzezinski e altri sono finiti a servizio del governo muovendosi tra luoghi come Harvard e Columbia.
Quei giorni sono finiti. A dire il vero, un po' della colpa spetta alla crescente irrilevanza della ricerca eccessivamente stretta nelle scienze sociali. Ma la causa è anche che il requisito primario di una lunga carriera politica è troppo spesso una risposta alla domanda: "Che cosa hai fatto durante la campagna elettorale?". Questo è il codice dei samurai, non dell'intellettuale, e privilegia la lealtà sulla expertise.
Le Università, senza dubbio, sono parte di questo pasticcio. Uno dei più grandi maestri che abbia mai avuto, James Schall, una volta ha scritto molti anni fa, che "gli studenti hanno obblighi verso gli insegnanti," tra cui "la fiducia, la docilità, l’impegno, e il pensiero", un'affermazione che produrrebbe urla di indignazione dalle generazioni che frequentano i campus oggi.
Come risultato, molti dipartimenti accademici sono boutique, in cui si prevede che i professori siano qualcosa come valletti intellettuali. Questo produce una sorta di delirio di adeguatezza intellettuale nei giovani, che devono essere istruiti, non soddisfatti.
La fiducia in sé dello stupido
C’è anche quel problema immutabile noto come "natura umana." Ora ha un nome: effetto Dunning-Kruger, che dice, in sintesi, che più stupidi si è, più sicuri si è di non esserlo per davvero. E quando si è aggressivamente stupidi ... beh, l'ultima cosa che si desidera è incontrare esperti che sono in disaccordo con te, e così li si respinge al fine di mantenere la propria irragionevole alta opinione di se stessi. (C'è molto di questo atteggiamento sui social media, in particolare.)
Tutti questi sono sintomi della stessa malattia: una reinterpretazione maniacale di "democrazia", in cui tutti devono dire la loro, e nessuno deve essere qualcuno a cui si manca di rispetto.
Questo desiderio di rispetto e di uguaglianza, anche - forse soprattutto - se non guadagnato, è così intenso che non tollera dissenso. Esso rappresenta la piena fioritura di una cultura terapeutica in cui l'autostima, non la realizzazione individuale, è il valore umano fondamentale, e ci sta rendendo tutti ogni giorno più stupidi
Così, alcune delle persone che non riconoscono le competenze altrui non mostrano realmente, come spesso affermano, indipendenza di pensiero. Rifiutano tutto ciò che potrebbe suscitare un’insicurezza legata al fatto che la propria opinione potrebbe non essere interessante.
Esperti: i servitori, non i padroni, della democrazia
Dunque cosa possiamo fare? Non molto, purtroppo, dal momento che si tratta di una questione culturale e generazionale che necessita di molto tempo per essere sistemata, se lo sarà. Personalmente, non credo che tecnocrati ed intellettuali debbano governare il mondo: ne abbiamo avuto abbastanza nel tardo XX secolo e dovrebbe essere chiaro che l’intellettualismo ispira una cattiva politica senza una sorta di buon senso come guida. Infatti, in un mondo ideale, gli esperti sono i servitori, non i padroni, di una democrazia. Ma quando i cittadini rinunciano al loro obbligo di base di imparare abbastanza per autogovernarsi, e invece rimangono ostinatamente imprigionati dai loro ego fragili e ingabbiati dal loro stesso senso del diritto ad esprimere un’opinione, gli esperti finiranno per fare le cose automaticamente.
Questo è un terribile esito per tutti. L’expertise è necessaria, e la sua importanza non svanirà. Fino a che non torneremo ad un ruolo sano nella politica pubblica, avremo litigi stupidi e sempre meno produttivi ogni giorno.
Così qui, presentate senza pudori o sensibilità politica, ci sono alcune cose da tenere in mente quando ci si impegna in discussioni con degli esperti nella loro area di specializzazione.
1. Siamo d’accordo: l'esperto non ha sempre ragione
2. Ma è molto più probabile che un esperto abbia più ragione di voi. Su una questione d’interpretazione di un fatto o di valutazione, questo non dovrebbe generare insicurezza o ansia pensare che la visione di un esperto è probabilmente meglio informata della vostra. (Perché, probabilmente, lo è.)
3. Gli esperti sono di molti tipi. L’istruzione conta, ma i professionisti in un settore acquisiscono competenza con l'esperienza; generalmente la combinazione delle due è il segno dell’aver di fronte un vero esperto in un campo. Ma se non avete né istruzione né esperienza, dovreste prendere in considerazione di valutare cosa esattamente state portando alla discussione.
4. In qualsiasi discussione, avete l’obbligo di imparare almeno quanto sufficiente a rendere possibile la conversazione. L'Università di Google non conta. Ricordate: avere una forte opinione su qualcosa che non è lo stesso del sapere qualcosa.
5. E sì, le vostre opinioni politiche hanno un valore. Naturalmente lo hanno: siete un membro di una democrazia e ciò che volete è importante quanto quello che qualsiasi altro elettore vuole. Come profani, però, la vostra analisi politica ha molto meno valore, e probabilmente non è - anzi, quasi certamente non è - buona come pensate.
Come faccio a sapere tutto questo? Chi pensate io creda di essere?
Bene, naturalmente un esperto.
Tom Nichols è professore di national security affairs presso la Naval War College e e professore a contratto ad Harvard.



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