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La sharing economy va "democratizzata"

  • Immagine del redattore: Stefano Sotgiu
    Stefano Sotgiu
  • 7 mar 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

Proteste a Portland contro le compagnie di ride-sharing

Uber, Flixbus, BlaBla Car: i trasporti vivono un momento di salto di scala nella direzione della sharing economy. L’ICT s’impadronisce sempre più dei processi produttivi dei settori che si erano sviluppati nel Novecento e li cambia alla radice, portando numerosi elementi di vantaggio, soprattutto per gli utenti. Normalmente, la rivoluzione tecnologica in atto abbatte i costi di accesso ai servizi, spezza monopoli o oligopoli, genera economie dove prima non era possibile, come nell’uso condiviso dei beni. Quelli che erano fenomeni residuali (il car sharing fra colleghi ha radici molto antiche) oggi diventano importanti fonti di sprigionamento di risorse, economie di condivisione.

Per alcune categorie, non si tratta di un gioco a somma zero. Se è vero che c’è un vantaggio a livello sociale, a livello di singolo gruppo, c’è chi perde. Così come la produzione industriale di massa mise f

uori mercato il lavoro artigiano, oggi la sharing economy può fare lo stesso con categorie differenti. I tassisti, ad esempio, stanno sperimentando sulla loro stessa pelle cosa ciò significa.

Ma le tendenza è generalizzata. Le nuove tecnologie dell’informazione possono spiazzare molti lavori e si calcolano in milioni gli impieghi che, in futuro, verranno persi perché svolti da robot o da macchine comandate a distanza. L’Internet of things, cioè la connessione fra oggetti di uso comune e la rete, è ormai alle porte. Suggestiva l’immagine di progetti che sono davvero ad un passo dall’affermarsi, come quello delle auto senza conducente o dei trattori a guida remota.

Tutto questo pone numerosi problemi alla politica e ci fa interrogare su quali policy siano più giuste per affrontare un fenomeno che non è troppo retorico definire epocale, che segna uno snodo cruciale nella storia economica. Le proposte in campo sono diverse: se il valore viene prodotto dalle macchine, il lavoro si sposterà in quella direzione e sarà di un tipo più qualificato. Probabilmente si contrarrà il numero di posti, che saranno meglio retribuiti. Ingegneri e programmatori diventano così i nuovi operai specializzati, ricercati spesso con difficoltà da aziende in continua espansione, anche in aree del Paese insospettabili. Anche nel Mezzogiorno, anche in Sardegna.

Se il valore si concentra, allora, ecco che emerge l’idea di una sua redistribuzione. Il reddito di cittadinanza che rientra ormai nel programma di molte forze politiche, la tassazione sul lavoro dei robot proposta da Bill Gates rientrano in questa grande categoria. Emerge anche una diffusa insofferenza verso chi gestisce le piattaforme di condivisione. I conducenti Uber nelle scorse settimane sono stati ad esempio al centro di episodi di intolleranza. Insomma, come accade sempre durante le rivoluzioni tecnologiche, c’è chi si vuole opporre, emerge un nuovo luddismo.

Ma questi fenomeni sono di portata tale che non possono essere arrestati. Le politiche pubbliche, allora, devono imparare un’arte diversa. Non impedire, non vietare, non alzare muri ma permettere lo sviluppo tecnologico abilitando la maggior parte di persone ad esserne protagoniste attraverso la formazione specialistica, compensando chi resta fuori dai nuovi processi produttivi, tutelando le persone e non necessariamente il posto di lavoro, accompagnando chi si trova in difficoltà in percorsi di cambiamento e sostenendolo nei periodi di crisi. I gap fra chi sa e chi no non devono diventare strutturali dividendo la società in produttori e percettori di reddito.

Questo sancirebbe solo rapporti sociali di supremazia basata sulla disponibilità di cultura e competenze-chiave. Le nuove politiche dovranno “democratizzare” la rivoluzione tecnologica in atto, insomma, aiutando chi non riesce a farne parte. Addomesticarla e non ostacolarla. Sarebbe un grave errore ed un enorme, inutile, spreco di risorse.

La storia economica racconta che gli zar non vollero la ferrovia perché portava informazione, apertura e progresso. Il resto della vicenda è ben noto.

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