In Italia serve democrazia deliberativa
- Stefano Sotgiu

- 21 mar 2017
- Tempo di lettura: 3 min

La democrazia, in Italia, probabilmente, non ha mai goduto di una salute di ferro. E le sue condizioni, in questo periodo, peggiorano. I sintomi ormai sono chiari: cittadini che non hanno più fiducia nei fondamentali democratici, diffusione di post-verità, politici, amministratori sempre più arroccati nella difesa di decisioni prese con gruppi ristretti di persone. O peggio, promettendo partecipazione e poi praticando altro. Da un lato i cittadini, nei quali scatta immediatamente il riflesso del comitato contro, dall’altro la politica, vittima della sindrome DAD: decisione, annuncio, difesa. Come se bastasse alzare un po’ più la voce per poter affermare la propria posizione, chiudendosi in un fortino inespugnabile. Una crisi di sistema che si avvita su se stessa.
Eppure una cura a questa grave malattia esiste, è praticata in tutto il mondo dove, sia pure con tutte le difficoltà del caso, rende migliori le condizioni sociali entro le quali avviene il dialogo democratico e consente, attraverso la discussione, di trovare soluzioni condivise da molti. Si chiama democrazia deliberativa. Sembra quasi l’uovo di colombo. Su alcune questioni importanti, a livello municipale ma anche sovralocale, regionale, nazionale, si devono costruire le decisioni con il contributo dei cittadini, di chi sarà interessato dai loro effetti. Quantomeno i cittadini devono essere consultati potendo dire la loro su questioni non di dettaglio. Il che non significa che, per questo, i rappresentanti vengano esautorati. Anzi.
Oggi su queste basi possono costruire una nuova legittimazione alla loro azione. E molti lo hanno capito. Hanno capito che se invece che decidere come fossero amministratori del CdA di un’impresa privata del Ventesimo secolo aprono una discussione a monte della decisione, coinvolgendo le tante parti della società ad essa interessate, e costruiscono un ambiente decisionale ricco di garanzie, informazioni di fonte indipendente, formazione, mediazione, se danno a questo processo il potere d’indirizzo di raccomandazioni autorevoli, che dovranno poi essere prese in serissima considerazione, guadagnano consenso.
Ed ecco uno dei pilastri della cura, forse quello principale. Non ci servono più leadership assertive, non è più valido il modello che ha informato di sé gli ultimi vent’anni. Quello dell’uomo solo al comando a capo di un’amministrazione-impresa che eroga servizi ai cittadini-clienti. Il modello qualità e cortesia. Il modello chiavi in mano. Oggi fare politiche pubbliche è un mestiere diverso. Che va ben distinto dall’assemblearismo fine a se stesso o, peggio ancora dalla consociazione. O dalla concertazione. Si tratta di una cosa ben diversa. Si tratta di avere fiducia nei cittadini, scommettere sull’intelligenza collettiva che nasce da processi decisionali inclusivi ben costruiti, su consultazioni che “mettano in palio” qualcosa di concreto, reale, tangibile, che abbia valore. Si tratta, a volte, di far progettare ai cittadini, e poi gestire, beni e servizi pubblici al livello cui questo è possibile. Non ci sono problemi di organizzazione o metodo.
Abbiamo migliaia di esempi ormai a livello mondiale ed anche italiano, abbiamo competenze tecnico-professionali per farlo. Possiamo farlo. In questo modo ricuciremmo il rapporto fra cittadini ed istituzioni, fra cittadini e partiti, che dovrebbero portare questo metodo dentro le amministrazioni. Un modello che affiancherebbe, rafforzandolo, quello della rappresentanza, perché renderebbe le decisioni più solide ed intelligenti senza levare ruolo a nessuno. I rappresentanti dei cittadini, diventati oggi capri espiatori di ogni male, sarebbero i primi a ricavare un grande beneficio da un approccio di questo tipo. E, forse, il primo passo deve arrivare proprio dal loro.
C’è un conflitto sociale in atto, il che significa che gli anticorpi democratici si sono messi in circolazione. E’ un bene. Ma ora serve una terapia ben mirata.
Ora serve la democrazia deliberativa. Ora serve una leadership radicalmente diversa.



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