Pubblica amministrazione, il modello aziendalistico è sorpassato
- Stefano Sotgiu

- 6 apr 2017
- Tempo di lettura: 3 min

Incidere sulla realtà, essere efficaci. Ed al contempo utilizzare il minimo possibile delle risorse, essere efficienti. Insieme, essere eque e trasparenti. Rappresentare il catalizzatore di un’azione collettiva che mobiliti i cittadini. Questo è oggi per un’amministrazione pubblica creare valore. Generare valore pubblico attraverso una maggiore qualità istituzionale.
Di questo e di altro si parlerà durante l’assemblea nazionale dell’Associazione Italiana di Partecipazione pubblica, in programma a Cagliari dall’8 al 10 di aprile, con evento finale costruito sulla base di laboratori di discussione cui parteciperanno esperti, amministratori pubblici, funzionari, cittadini interessati al tema della partecipazione.
Il problema del cambiamento della Pubblica Amministrazione, in età recente, si pone in Italia già dalla fine degli anni ’70 con il Rapporto Giannini. In seguito, le riforme degli anni ’90, disegnano un nuovo quadro della P.A. del nostro Paese. Un’architettura di matrice aziendalistico-manageriale, centrata sul new public management.
Un’idea di organizzazione che pone in primo piano il miglioramento del funzionamento interno della P.A., la valutazione della performance individuale e lo affianca con le norme relative alla comunicazione pubblica e, di recente, alla rendicontazione sociale.
Un modello organizzativo in cui, ancora, sono ben tracciati i confini fra l’interno e l’esterno dell’amministrazione. Dentro, la “macchina” organizzativa, fuori i cittadini, gli “utenti”, molti simili ai clienti delle imprese, in un paradigma che simula quello del mercato.
L’osservazione di questi decenni e la pratica di organizzazioni e politiche pubbliche dentro processi di cambiamento, porta a dire che questo modello è insoddisfacente dal punto di vista della creazione di valore per i cittadini ed anche da quello della qualità del lavoro dentro le amministrazioni pubbliche.
Questo modello deve essere affiancato da una nuova visione del ruolo della P.A. nel contesto socio-economico. Un ruolo di animazione, ascolto, affiancamento, accompagnamento, catalizzazione, valorizzazione di fenomeni sociali che vadano nella direzione ritenuta desiderabile, di “spinta gentile” o nudge in certi casi, di governo “leggero”, fondato sullo sviluppo del civismo e della partecipazione.
La nuova visione della P.A., soprattutto quando parliamo di amministrazioni locali che producono beni e servizi pubblici direttamente per i cittadini è dunque fondata su una maggiore permeabilità dei confini fra organizzazione ed esterno, sulla capacità di ascolto e coinvolgimento, sull’accountability, sulla trasparenza, la fiducia, il trust, il capitale sociale che si riesce a creare. Sulla creazione di valore pubblico in una società complessa e “liquida” come quella di questo scorcio di XXI secolo.
Per questo è necessario costruire le politiche e le organizzazioni in maniera radicalmente diversa: coinvolgendo i cittadini fin dalle primissime fasi del processo decisionale (almeno di quelli più impattanti), coinvolgendo il personale all’interno di forme organizzative più plastiche e flessibili, unità di progetto a geometria variabile, arricchendo le sue competenze con elementi di ascolto mediazione, facilitazione. Forse dotandosi di nuove e specialistiche figure professionali.
Il fil rouge di Cagliari sarà dunque quello della scala della partecipazione, che parte dal gradino più basso, la semplice informazione, in cui la partecipazione è assente, fino alla consultazione dei cittadini sulle scelte collettive, per poi passare al co-design, cioè alla progettazione partecipata delle politiche ed infine all’empowerment, cioè all’autoproduzione di beni e servizi collettivi da parte dei cittadini e a tutte le numerose forme intermedie fra questi elementi.
Quando il paradigma organizzativo diventa quello della rete, ostinarsi a montare e smontare gerarchie è sbagliato e controproducente. Aprirsi alla collaborazione, alla cooperazione, alla partecipazione è la cosa giusta da fare.



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