Una legge per garantire ai cittadini la partecipazione
- Stefano Sotgiu

- 16 apr 2017
- Tempo di lettura: 3 min

Una nuova legge sulla partecipazione, anche in Sardegna. Le più importanti in Italia sono quelle della Toscana, la prima, e quella dell’Emilia-Romagna. Battistrada in questo campo, hanno permesso la diffusione di pratiche partecipative a livello delle comunità, anche piccole. Qualcosa che difficilmente, senza questi provvedimenti sarebbe successo. E per osservarlo, basta guardare al controfattuale. Le regioni a maggiore densità di processi partecipativi sono quelle che dispongono delle leggi. Nelle altre la diffusione di questi strumenti è minore.
Normalmente, infatti, né la politica, né le burocrazie, in Italia, ricorrono all’ascolto ed al co-design dell’intervento pubblico chiamando i cittadini e le cittadine a fornire il loro contributo, come invece accade altrove, in Europa e nel mondo. Insomma, dove ci sono le leggi a rendere indispensabile la partecipazione dei cittadini e delle cittadine alla formazione delle decisioni pubbliche, questo accade più frequentemente che altrove. Anche in Sardegna, a guardare bene, questo è successo. Nel campo delle politiche comunitarie, infatti, in particolare per la spendita dei fondi relativi allo sviluppo regionale, al Fondo Sociale europeo, al fondi per l’agricoltura, lo sviluppo rurale e la pesca, l’uso di tecniche partecipative è una condizione affinché i progetti vengano presi in considerazione. Per questo vengono messi a disposizione fondi specifici destinati all’accompagnamento professionale dei territori. Altrettanto è accaduto, sempre in Sardegna, per quanto riguarda i Piani Locali per i Servizi socio-sanitari (o Plus). Era la legge n. 23 del 1995 a prevedere che la costruzione dei piani dovesse avvenire in forma corale, con il coinvolgimento di tutte le componenti sociali interessate al servizio pubblico.
Dove ci sono le leggi e dove ci sono i finanziamenti a sorreggere le amministrazioni, dunque, si fanno politiche migliori. Dove non ci sono, le politiche sono più povere. Basti pensare a tutte le materie legate ad esempio alla gestione della città, all’urbanistica, alla pianificazione territoriale, dove esistono procedure più formalizzate di osservazione che sono ben distanti dai processi partecipativi. Oppure alla pianificazione dei trasporti, o ancora alla Sanità. Su tutte queste materie, con diversi provvedimenti, sta provando ad agire la Regione Sardegna che attraverso il programma Sardegna Partecipa, che cerca di migliorare le politiche con il contributo dei cittadini. Ma anche qui, si rischia di avere una regione avanzata dal punto di vista dell’innovazione perché dispone di strumenti normativi (come il recente disegno di legge urbanistica che prevede una forma molto interessante di Dibattito Pubblico) e finanziari e dei comuni molto indietro per via dei loro bilanci asfittici.
Ed invece è proprio a livello comunale che si dovrebbe agire con maggior vigore per sostenere la partecipazione, basti pensare alle diverse forme di urbanistica partecipativa e bilancio partecipativo che si sono diffuse negli ultimi decenni. In particolare i comuni delle aree interne – ma non solo – che sono al centro di forme interessanti di sperimentazione delle politiche di sviluppo, dovrebbero puntare sulla ricostruzione di un tessuto di capitale sociale che non può prescindere da forme democratiche potenziate di partecipazione e deliberazione pubblica.
Per questo serve una legge. In Sardegna esiste una proposta di legge, la 113/2014 fondata su questo modello. In questa legislatura potrebbe essere approvata consentendo così un passo avanti importante nella direzione di una maggiore qualità istituzionale.
E’ una legge che, a differenza di quella toscana, mette nero su bianco un nuovo diritto dei cittadini e delle cittadine sarde: quello ad essere ascoltati.
Pone cioè le condizioni a garanzia che la loro voce, espressa in modo informato e dibattuto, influenzi e modifichi i provvedimenti che incidono sulla loro vita.
Abbiamo sperimentato abbastanza. Il punto, ora, è cambiare il mondo, qualcuno disse più di cento anni fa.



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