top of page

Italia sempre fanalino di coda nella spesa dei fondi europei

  • Immagine del redattore: Stefano Sotgiu
    Stefano Sotgiu
  • 26 apr 2017
  • Tempo di lettura: 3 min



I fondi europei per le politiche di coesione rappresentano una quota sempre più rilevante dei bilanci pubblici italiani. Hanno però una peculiarità. Possono essere spesi solo se la loro richiesta è supportata da programmi operativi e da progetti attuativi. Altrimenti vengono disimpegnati, si dice in gergo tecnico.


E’ di questi giorni la notizia, per la verità non sorprendente, che l’Italia in Europa sarebbe ultima fra i Paesi che ricevono una maggiore dotazione di fondi. La stampa nazionale riporta dati che ci vedono dietro la Polonia, che ha già speso il quadruplo di noi, la Germania, la Francia, la Spagna. E siccome i fondi strutturali, insieme al cofinanziamento nazionale e regionale ad essi legato, rappresentano una parte maggioritaria delle politiche di sviluppo del Paese, questo significa che l’Italia, al di là della volontà della politica, al di là degli ingenti stanziamenti, spende poco per lo sviluppo.


Tutto questo ha delle ripercussioni significative sull’efficacia delle politiche, il loro impatto, la loro capacità di incidere sui problemi cui intende dare una risposta. Basti pensare a programmi complessi come quelli relativi alla rigenerazione urbana o allo sviluppo rurale. Se per vedere la spesa dei primi fondi si devono aspettare tre, quattro, cinque anni dal momento in cui si è deciso che fare degli stanziamenti, avranno ancora senso le azioni individuate all’interno dei piani?


Probabilmente no, probabilmente il mercato si sarà già spostato in altre direzioni. Oppure avrà provveduto spontaneamente. Forse, ad esempio, avrà generato una ripresa e una politica che avesse stanziato altri fondi su un comparto già ripartito potrebbe risolversi in uno spreco di risorse. Oppure avrà spiazzato temporalmente l’investimento privato, posticipandolo. Nessuno investirebbe, cioè, perché non avrebbe senso rischiare i propri mezzi in attesa del sostegno pubblico. O ancora, gli stanziamenti destinati a correggere determinate dinamiche socio-economiche, dopo quattro-cinque anni di ritardo potranno non essere sufficienti per dare una risposta e saranno necessarie maggiori risorse a causa di un peggioramento della situazione. Infine, le persone che dovrebbero realizzare le azioni contenute nei piani, anni potranno non essere più disponibili ad investire.


I ritardi nella spesa pubblica, insomma, sono un problema molto grave che può metterne davvero in discussione il senso, levando significatività al suo impatto. Tutto questo ha diverse concause che hanno a che fare soprattutto con la qualità delle nostre istituzioni. Troppo bassa, troppo condizionata sia da un intrico di norme e di livelli di governo che rendono tutto troppo complicato, sia dall’interpretazione che alle norme viene data dalle burocrazie, sia dal come i piani, i programmi ed i progetti vengono costruiti. Troppo concentrate nelle autorità di gestione le competenze necessarie per la corretta spendita dei fondi, troppo poche le autorità urbane e gli organismi intermedi, troppo difficile il dialogo e l’organizzazione del lavoro di collaborazione fra amministrazioni pubbliche per una spendita veloce dei fondi.


La P.A. italiana, inoltre, non legge le norme in maniera da sveltire i processi adottando le soluzioni più snelle. Pone invece in opera routine difensive per mettersi al riparo da ogni rischio. Un po’ come quando un medico prescrive ogni tipo di analisi al paziente per evitare ogni possibile responsabilità. Un comportamento individualmente razionale ma collettivamente distruttivo.


Per questo cresce, anche all’interno dei potenziali beneficiari dei fondi il “partito degli astensionisti”, cioè di coloro che, pur di non cadere in una trappola burocratica che li trascinerebbe con sé per anni, facendo loro sprecare tempo e soldi per un risultato tutto sommato incerto, anche a costo di grandi sacrifici, preferiscono fare da sé perché si fa più in fretta.


La P.A., per aiutare lo sviluppo, deve strutturarsi per essere un buon partner. Altrimenti, meglio soli che mal accompagnati.

Commenti


Also Featured In

    Like what you read? Donate now and help me provide fresh news and analysis for my readers   

Dona con PayPal

© 2023 by "This Just In". Proudly created with Wix.com

bottom of page