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Democrazia deliberativa: possibili nuove mediazioni

  • Immagine del redattore: Stefano Sotgiu
    Stefano Sotgiu
  • 9 mag 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

Deliberare: dal lat. deliberare, derivativo di libra ‘bilancia’


Che la democrazia rappresentativa, “parlamentare”, sia in crisi, lo sappiamo da tempo. Una crisi aggravata da una profonda depressione che accentua le disparità fra chi ha in mano competenze, relazioni e reddito e chi non li possiede. Questa crisi peggiora il già non felicissimo rapporto fra cosiddette élite e popoli.


Nei primi anni ’90, il sociologo francese Michel Crozier nel suo “La crisi dell’intelligenza”, già parlava di quanto le classi dirigenti del suo Paese fossero autoreferenziali ed uniformi nel pensiero. Crozier si riferiva ad esempio all’ENA, l’École nationale d'administration, fucina dei grand commis dello Stato francese e anche di tanta classe politica. Quest’accusa, anche oggi viene rivolta, ad esempio, ad Emmanuel Macron, laureato dell’ENA e neo presidente della Repubblica francese. Antagonista principale del cosiddetto pensiero unico è una forma di rapporto diretto fra leader e cittadini che prende il nome di populismo. Nel populismo le istanze di persone e gruppi sociali entrano, direttamente e senza alcun tipo di mediazione, nell’agenda politica. Spesso nella forma più grezza, non meditata, priva del necessario confronto con altri legittimi bisogni, priva di ragionamento.


E’, insomma, il cervello primordiale a comandare, quello delle reazioni più istintive, non quello razionale, il sistema due, che ci aiuta a ragionare a fondo sulle cose, meditandole. Il web, nella versione social, per il populismo è terreno fertile. I social network sono infatti il terreno meno adatto all’approfondimento. Ci invitano a leggere titoli ed a rispondere sinteticamente senza avere davanti il nostro interlocutore. Ecco che nasce così una miscela esplosiva fra assenza di mediazione politica e nuove tecnologie che genera numerosi guasti alla democrazia.


C’è tuttavia una forma di democrazia che si potrebbe definire intermedia fra la classica forma rappresentativa e quella im-mediata. E’ la democrazia deliberativa. Se soppesare, meditare le decisioni è diventato un limite sia delle forme democratiche tradizionali, sempre più condizionate dalla necessità di una risposta rapida, che garantisca un elevato livello di consenso, sia di quelle dirette, è proprio la democrazia deliberativa a fornire una possibile risposta.


Deliberare viene infatti da bilanciare, contemperare pro e contro. Nelle forme fino ad oggi conosciute di democrazia deliberativa questo bilanciamento non può che avvenire con la presenza degli interessi in gioco, dei cittadini e dei corpi sociali a cui essi fanno riferimento. Non è una democrazia della rappresentanza, è una democrazia che vede la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni più importanti ma che non può prescindere da un’attenzione molto forte sulla qualità del processo decisionale.


Ogni decisione, nella democrazia deliberativa viene “processata” attraverso un dispositivo che prevede un’informazione di qualità elevata, a volte dalla necessaria formazione di chi prende parte alla decisione, da una discussione approfondita che include anche l’ascolto degli interessi costituiti, da un momento di formalizzazione della decisione. E’ uno schema differente che non toglie ruolo alle istituzioni rappresentative, cui per forza di legge resta l’adozione di atti vincolanti e rende più ricche di contenuto le loro politiche. Tutto questo conferisce una nuova legittimazione alle decisioni: lo hanno ben capito tanti governi in giro per il mondo.


Ed è esattamente di questo nuovo modo d’intendere le funzioni decisionali della democrazia di cui si parlerà venerdì 12 e sabato 13, prima a Cagliari, libreria Ubik e poi a Sassari, Ultimo Spettacolo, con la presentazione dell’ultimo libro di Antonio Floridia, recentemente uscito per il Mulino. Saranno occasioni preziose per discutere con esperti, studiosi, amministratori e cittadini del concetto di deliberazione e di come sia possibile radicarlo nel territorio a partire dalle esperienze già condotte e dalla narrazione sociale e politica che si fa di questo tema.


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