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Per cambiare le cose il decisionismo è inutile

  • Immagine del redattore: Stefano Sotgiu
    Stefano Sotgiu
  • 21 mag 2017
  • Tempo di lettura: 3 min

Kevin Spacey interpreta Frank Underwood

Un governo decisionista è un governo debole. Un governo le cui chance di vedere le politiche trasformarsi in concreti cambiamenti, sono assai minori di quelle che sembrano. E’ controintuitivo, forse. Ma è così.


Il cambiamento sociale è un oggetto complesso e richiede l’azione congiunta di più soggetti che facciano combaciare le tessere di un puzzle complicato. Se questi soggetti non condividono il cambiamento desiderato, questo non si realizzerà. O si realizzerà a carissimo prezzo politico, dopo molto tempo e a costo di pesanti conflitti. E’ questa la realtà di tante decisioni pubbliche in Italia. Perché questo avviene? Come uscire fuori dal vicolo cieco dell’inefficacia delle policy?


Venerdì e sabato scorsi, a Cagliari e Sassari, nel corso della presentazione del bel libro di Antonio Floridia, “Un’idea deliberativa della democrazia”, recentemente uscito per il Mulino, se n’è parlato molto. Perché mai un sindaco che ha compiuto tutti i passaggi legali per realizzare un’idea del suo programma, regolarmente votato dai cittadini ed approvato dal consiglio comunale, al momento di realizzarla si trova di fronte un’opposizione sociale dura, insuperabile? Il libro di Floridia e la pratica delle decisioni pubbliche in una società complessa ci vengono in aiuto per sciogliere la matassa. Habermas parlava di due canali della legittimazione di una scelta pubblica: un primo canale è quello della legalità, dell’esperimento di tutte le procedure che la legge prevede perché un provvedimento sia perfetto secondo le norme previste in uno Stato di diritto.


Ma tutto questo, oggi, non basta più. Perché la decisione si avvii serenamente verso la propria messa in opera sono ancora tanti gli ostacoli che deve superare. Le occorre una legittimazione di carattere discorsivo, comunicativo, dialogico. Sta in questo la nuova democrazia, quella che consentirà ai governi di agire con una maggiore efficacia. Ogni decisione, cioè, è percepita come giusta, o accettabile, se è stata quantomeno discussa sotto i suoi diversi aspetti da tutti coloro che hanno a che fare con essa, cioè se è oggetto di una discussione deliberativa. L’idea nuova di democrazia che emerge, che si è rivelata più forte delle critiche che le sono state mosse, è questa.


Il cambiamento che arriva da un provvedimento che incarna una decisione ha maggiori probabilità di realizzarsi se passa per un processo che preveda inclusione dei diversi punti di vista in gioco, informazione approfondita sulle questioni tecniche che comporta, discussione dei pro, dei contro, delle soluzioni alternative ed infine decisione collettiva. Una decisione che niente toglie alla legalità formale: il potere di assumere un ultimo orientamento, anche in difformità, resta in mano a chi viene eletto per farlo.


La democrazia deliberativa è cioè un modo per arricchire le decisioni democratiche della ricchezza – così va considerata – dei diversi modi di intendere una questione di rilevanza pubblica. Basti pensare al caso del recente referendum costituzionale italiano e confrontarlo con quello altrettanto recente irlandese. In Italia una campagna martellante di comunicazione persuasiva (Habermas direbbe fondata sull’agire strategico) ha ottenuto l’effetto di suscitare un’ondata di rigetto non solo verso i temi proposti ma verso chi li proponeva.


In Irlanda, dove invece si è discusso a lungo soppesando i pro ed i contro di decisioni importantissime a livello costituzionale e sociale come il matrimonio omosessuale, il riscontro è stato ben diverso. Perché? Perché è stato adottato un approccio deliberativo. Una constitutional convention costituita per due terzi da cittadini e cittadine provenienti delle diverse ripartizioni amministrative e da un terzo da rappresentanti eletti ha esaminato la questione nei suoi diversi aspetti. Questo ha prodotto in Irlanda un dibattito costruttivo che ha informato di sé l’intera sfera pubblica.


L’agire comunicativo habermasiano paga. Sia in termini di efficacia sia, perché no, di consenso politico per chi lo sa mettere in opera.

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