I cittadini e il voto: rapporto da recuperare
- Stefano Sotgiu

- 18 giu 2017
- Tempo di lettura: 3 min

“In Sardegna il 35% dei comuni è amministrato da un monocolore e da una sola lista”, scrive nei giorni scorsi, commentando le elezioni amministrative in Sardegna, Emiliano Deiana. Il Presidente dell’ANCI Sardegna ci ricorda quanto si difficile oggi governare le piccole realtà periferiche della nostra Isola. Ci segnala come, elezione dopo elezione, nonostante meccanismi che consentono comunque di governare, la partecipazione politica, tornata elettorale dopo tornata elettorale, stia diventando sempre più esigua. Tutto questo avviene quasi sotto silenzio. Alla partecipazione al voto è destinata la solita introduzione di prammatica, di recente accompagnata da qualche piccolo commento di circostanza nelle trasmissioni televisive, sulla stampa, sul web.
E’ come se ci fossimo rassegnati a subire, anno dopo anno, questa lenta ma inesorabile emorragia. La strategia dei cittadini è exit quando né voice (l’essere ascoltati), né loyalty (la lealtà allo stato delle cose) sembrano funzionare. E’ un atteggiamento che sta contagiando molti ed a ragione. Perché mai dovremmo razionalmente utilizzare il nostro tempo in attività prive di senso? Se è vero che è un gesto di irrazionalità (il singolo voto non conta pressoché nulla) a spingere gli elettori a recarsi alle urne, figuriamoci quando questo voto è deprezzato come oggi. Un’attività totalmente destituita di senso.
Ma la partecipazione, il pensarsi parte attiva di una comunità, di un disegno collettivo, non è solo il sistema che ci permette di mettere in pratica il principio-base di ogni democrazia, ovvero quello per il quale tutti i cittadini hanno pari diritti politici, è molto di più. Innanzitutto è la base di ogni possibile sviluppo economico. Solo dove c’è democrazia, dove la democrazia è piena, partecipata, dove le persone si sentono parte di un sistema che consente loro di nutrire una speranza di poter migliorare le proprie condizioni contribuendo anche al contesto sociale nel quale svolgono la propria attività, c’è sviluppo economico. E dove la democrazia è rattrappita, esangue, insufficiente, spesso c’è anche depressione economica. C’è depressione psicologica. Non sono pochi ormai gli studi che dimostrano che al sentirsi parte di un disegno collettivo è correlato anche il tono dell’umore delle persone.
La democrazia, è un modo per migliorare il benessere delle persone, individuale e collettivo. Non c’è nessuna politica che preceda temporalmente quella che, con estrema urgenza, va fatta per sostenere la democrazia nel nostro Paese, nei nostri paesi. Non c’è prima una politica economica, del lavoro, dello sviluppo ad esempio. Perché anche quelle politiche sono meglio costruite se lo si fa in modo corale, coinvolgendo profondamente le comunità.
Deiana suggerisce un altro elemento interessante: dice che per uscire dalla crisi della democrazia è necessario aumentare gli istituti di partecipazione popolare nelle scelte di governo. E’ la direzione giusta. E’ urgentissimo nei comuni monolista, dove è evidente a tutti come la democrazia sia azzoppata dalla mancanza di pluralismo, ma è molto urgente anche nei comuni dove esiste una pluralità di voci.
E’ la politica più urgente e nel contempo più negletta da tutti i governi. Chi ha ottenuto delega da parte dei cittadini, un numero sempre più ristretto, come abbiamo visto, tende a blindarla. Una volta ottenutala la gestisce con un numero sempre più ristretto di persone. In questo modo dissecca la basi stesse delle vitalità del proprio territorio. Non solo quelle politiche ma anche quelle economiche, culturali. Le nostre società sono nate dal pluralismo e non è certo attraverso una sua riduzione che verranno fuori da questa interminabile crisi.
La migliore politica che oggi possa essere realizzata da qualsiasi governo è una politica che tenda a recuperare in forma civica quella partecipazione che i partiti politici hanno stoltamente dilapidato chiudendosi in forme élitarie ed escludenti.
Una meta-politica, presupposto di tutte le altre: una politica della partecipazione diretta dei cittadini.



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