Rilanciare Sassari: le quattro mani del nuovo sviluppo
- Stefano Sotgiu

- 29 lug 2017
- Tempo di lettura: 3 min

Il vecchio modello di sviluppo (senza autonomia)
Sono i primi anni ’90 quando Carlo Trigilia, sociologo dell’economia e poi Ministro della coesione territoriale, pubblica “Sviluppo senza autonomia”, un breve saggio ancora molto attuale sul tema del modello di sviluppo delle regioni italiane. Nel testo s’individuano alcune figure idealtipiche di modello territoriale, fra cui quella che dà il titolo al libro. E’ il modello che l’autore applica al Mezzogiorno, compresa la Provincia di Sassari.
Un sistema che vede un ruolo dello Stato molto forte nella redistribuzione del reddito con un’incidenza superiore alla media di trasferimenti in pensioni, stipendi pubblici, grande impresa sovvenzionata. Su questa base pubblica si sviluppano l’edilizia per la concatenata necessità di alloggi di proprietà destinati ad una classe operaia ed a una piccola borghesia in fase espansiva ed un terziario commerciale che trae il suo sostentamento da un reddito tenuto ad un livello artificiosamente elevato dall’elevata incidenza della spesa pubblica.
La crisi e la debole reazione
Questo modello, da molto tempo, almeno due decenni, evidenzia inequivocabili segni di cedimento. Il ritiro della grande industria di base, i tagli alla spesa pubblica, il ridursi del potere d’acquisto di stipendi pubblici e pensioni, ha determinato la conseguente crisi di edilizia e commercio. Nonostante ciò, ad oggi è ancora questo il modello che caratterizza il nostro territorio, sia pure azzoppato quasi fino al collasso.
La reazione del territorio è stata a dir poco sonnolenta. Le classi dirigenti che si sono succedute in vent’anni non sono state capaci di sviluppare una nuova visione, un nuovo modello e delle politiche innovative per far deviare il Sassarese da una traiettoria di declino economico e poi sociale fin troppo facili da prevedere. I tentativi non sono mancati ma sono stati tutti deboli, distratti.
L'intermediazione politica di risorse sempre più esigue
Molto più forte l’esigenza di gestire quello che rimaneva senza perdere un consenso costruito sull’intermediazione della spesa pubblica. Oggi il Nord Ovest è ad un bivio: o imbocca la strada di un nuovo modello di sviluppo o diventa periferia dei due poli forti, quello della Città metropolitana di Cagliari e quello della capitale economica dell’Isola, la Rete della Gallura costiera che fa perno su Olbia, con la variabile imprevedibile di un Nuorese ed un Oristanese che mostrano interessanti fermenti di ripresa basati sulle vocazioni turistiche, culturali ed agroalimentari locali.
Il nuovo modello di sviluppo: più democrazia, civismo e tecnologia
Per riprendere il suo ruolo, Sassari deve prima di tutto superare il vecchio modello di sviluppo basato su uno Stato forte ed un’impresa sussidiaria ad esso, centrato sull’intermediazione della spesa pubblica. Non è facile, ma la buona notizia è che esistono fermenti economici interessanti basati sull’Information & Communication technology e sulle sue capacità di fertilizzare l’economia tradizionale con le sue innovazioni.
Agricoltura, turismo, terzo settore possono diventare molto più produttivi in termini di valore aggiunto attraverso le nuove tecnologie. Ma non basta: Sassari deve anche ripartire dalla costruzione di una “società di m
ezzo”, così la definì Aldo Bonomi qualche anno fa, più forte, robusta, affrancata dall’onnipresente intermediazione politica di flussi di denaro pubblico.
Il ruolo di partecipazione, cittadinanza attiva, terzo settore
Un terzo settore allargato alla cittadinanza attiva ed alle sue nuove forme aggregative che sia indipendente, capace di produrre nuovi beni collettivi ed anche nuove forme d’impresa. Un terzo settore nel quale il civismo di cittadini che agiscono in prima persona e “votano col portafoglio” ed imprese che non considerino solo il profitto come guida della loro azione, fungano da complemento alla necessaria attività di cornice dello Stato (infrastrutture, servizi, semplificazione, sostegno alle buone prassi) e di propulsione del mercato (efficienza, internazionalizzazione).
Un nuovo modello, dunque. Un modello che Leonardo Becchetti, nella sua introduzione a “La politica generativa” di Guglielmo Minervini, definisce “a quattro mani”. Stato, mercato, cittadinanza attiva, imprese responsabili.
Un modello in cui il welfare non è più solo una spesa ma un investimento sul futuro, il substrato democratico sul quale germoglia un nuovo sviluppo, autonomo e a più dimensioni.



Commenti