L'emergenza democratica e come affrontarla
- Stefano Sotgiu

- 16 ago 2017
- Tempo di lettura: 3 min

La democrazia in crisi e l'indignazione social
I Sardi, gli Italiani e la dimensione collettiva. Un problema antico e mai affrontato direttamente che oggi corre il rischio di degenerare dopo decenni in cui la politica ha balbettato, lasciando che si formassero le retoriche più tossiche attorno alla nostra capacità di assumere un ruolo di cittadini in linea con quello di altre democrazie che funzionano. Oscilliamo ogni giorno emotivamente fra l’indignazione per le scatolette di tonno sotterrate nelle spiagge e l’autoflagellazione rispetto al montare del fenomeno degli incendi che distruggono il nostro patrimonio naturale. Passiamo dal condannare i sempre più numerosi attentati e le minacce contro i centri che accolgono i migranti al fotografare i cumuli di rifiuti abbandonati nelle cunette delle nostre strade. Ma ci limitiamo a questo. Ci è sufficiente suscitare o partecipare ad un flame social, un’ondata d’indignazione di massa sul web.
Curare la qualità della democrazia
E via, il giorno dopo si riprende così, fra gattini e piatti da recensire, in un grande blob virtuale che spesso viene troppo sottovalutato. Certo, perché poi arrivano gli energumeni (e le energumene) sotto il Parlamento ad usare violenza ai rappresentanti dei cittadini che votano provvedimenti che agli indignati non vanno bene, come nel caso del decreto vaccini. Tutto questo per affermare che ci sta sfuggendo la più grande emergenza di questo Paese. La democrazia degenera, la cittadinanza deperisce e si trasforma in una letale mistura fatta di individualismo, ignoranza, odio, xenofobia e poi violenza, che esce dai social network e si riversa nelle piazze, con un atteggiamento aggressivo.
E’ dunque la qualità della democrazia che dovremmo curare maggiormente, con urgenza. A partire dal modello di governo, che è anacronistico ormai identificare nella schumpeteriana concorrenza dove chi vince prende tutto e chi si oppone subisce i diktat della maggioranza diventando a suo volta aggressivo e carico d’odio. Quello che serve all’Italia di oggi, alla Sardegna, invece, è un modello aperto all’ascolto, alle differenze, capace di domare gli istinti aggressivi attraverso una massiccia dose di buona democrazia.
Una buona democrazia: niente di impossibile, volendo
Ma di cosa è fatta la buona democrazia? Oggi si identifica sempre più nell’ingresso nella sfera pubblica di elementi di deliberazione. Cioè nella messa in opera di sistemi di ascolto sistematico dei cittadini, nel loro coinvolgimento nei processi decisionali. Dice: ma il livello di conoscenze della cittadinanza è basso, le persone non possono esprimere posizioni razionali a proposito di argomenti il più delle volte tecnici e complessi. Bisognerebbe però andarlo a spiegare a chi, con coraggio, ha realizzato queste forme democratiche in Paesi apparentemente più indietro nella democrazia del nostro. L’America Latina, ad esempio, è un continente punteggiato di tantissimi esempi di bilancio partecipativo. Di cosa si tratta? Si tratta, banalmente ma non troppo, di determinare le priorità nella spesa del bilancio annuale delle municipalità con il contributo dei cittadini. Cittadini che vengono informati, fatti discutere, che attribuiscono priorità perché vengono messi in condizione di farlo.
A pensarci bene, non c’è nulla nelle scelte politiche di così complicato che non possa essere spiegato a persone di qualsiasi estrazione. Non parliamo di metafisica ma di questioni concrete o che possono essere rese tali. Sono le élite che, attraverso il linguaggio tecnico-burocratico vogliono escludere le masse dal potersi esprimere. Ma la democrazia è (anche e soprattutto) questo: un grande processo di apprendimento collettivo, di emancipazione culturale di un popolo. Per le scelte importanti è dunque opportuno che, con tutti gli strumenti che oggi abbiamo, in presenza e sul web, i cittadini siano presenti direttamente nelle scelte. E poi che possano lavorare direttamente alla realizzazione di beni e servizi collettivi.
La cittadinanza attiva: le persone e l'azione civica
E’ la cittadinanza attiva, tendenza che si diffonde sempre più sulle orme degli scritti di Nobel per l’Economia come Elinor Ostrom. I beni comuni possono essere realizzati e gestiti direttamente dai cittadini. Su base paritaria rispetto alle Istituzioni. E’ il principio di sussidiarietà contenuto nell’art. 118 della Costituzione a stabilirlo. Amministrazioni e gruppi di cittadini possono stipulare veri e propri Patti di diritto privato, scritture con le quali ci si obbliga vicendevolmente a disporre le risorse per creare a gestire beni e servizi collettivi senza passare per gli strumenti del diritto amministrativo. In modo agile e veloce.
E’ una terza via molto promettente. Partecipazione, cittadinanza attiva, azione collettiva per l’emergenza democratica. Così, con coraggio, deve iniziare una nuova fase per la nostra



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