Sperimentare a scuola: provare per imparare a fare meglio
- Stefano Sotgiu

- 13 set 2017
- Tempo di lettura: 3 min

Il grave ritardo italiano nella sperimentazione di politiche
Sperimentare nelle politiche. Possibile? In Italia la strada appare tutta in salita a causa di un grave ritardo culturale nel concepire l’azione pubblica come un processo di apprendimento collettivo utile al fine di rendere sempre migliori i servizi che vengono offerti ai cittadini e la stessa democrazia. Lo spunto di riflessione arriva stavolta dalla proposta della Ministra Fedeli riguardo il cosiddetto “Liceo breve”.
La questione del liceo breve
In sostanza, la riduzione del numero degli anni d’istruzione superiore a parità di competenze acquisite dagli studenti e dalle studentesse, da ottenere attraverso un’innovazione nei metodi e nei programmi. L’idea è stata presentata piuttosto superficialmente nelle scorse settimane, forse con un’eccessiva precipitazione, ed ha generato forti critiche, alcune fondate, altre molto meno. Di certo c’è che si estenderà il numero delle classi che in un programma precedente aveva sperimentato il Liceo breve da undici a cento scuole, cioè circa l’1,5 % delle scuole superiori italiane. Ogni scuola potrà sperimentare i nuovi programmi in una sola classe.
Il liceo breve come esperimento
La prima osservazione è che, rispetto alle dimensioni precedenti, in questo caso si può parlare di vero esperimento, con numeri sufficienti per una valutazione. La seconda è che sarà possibile confrontare i risultati degli studenti e delle studentesse che frequentano corsi diversi nell’ambito della stessa scuola “sterilizzando” alcuni effetti distorsivi di carattere socio-economico che caratterizzano confronti molto più azzardati come quelli Nord-Sud che spesso vengono proposti per l’INVALSI. Si potranno quindi trarre conclusioni fondate sulla possibile applicazione nazionale del modello sperimentato. E’ una buona notizia.
Costruire policy in una logica sperimentale
In Italia, fino ad oggi è stato molto difficile, se non impossibile, provare a costruire politiche secondo una logica sperimentale. La nostra forma mentis amministrativa e di governo è molto diversa da quella anglosassone. La matrice di tutte le riforme è radicale, rivoluzionaria, di carattere idealistico. Una nuova teoria soppianta radicalmente la vecchia e modifica ipso facto il servizio pubblico in senso universalistico. Le nuove norme si applicano cioè immediatamente a tutti i cittadini. Il modello anglosassone e nordico in genere, è diverso, più pragmatico. Prima un programma viene sperimentato con un progetto pilota su una parte della popolazione, si osservano i risultati, li si valuta. Se necessario si apportano delle modifiche e, solo dopo, un’intera riforma entra in vigore. Questo incrementalismo, fatto di prove ed errori, consente alle politiche di essere tagliate molto più su misura dei reali bisogni dei cittadini.
Sperimentare per apprendere
Le critiche alle proposte della Ministra sono andate a toccare in parte elementi essenziali ad un riformismo incrementalista, sostenendo che “gli studenti non sono cavie”, e che “l’esperimento non è stato condiviso ma imposto”. Degli appunti mossi alla proposta, solo l’ultimo pare abbia un reale fondamento. Prima di avviare un esperimento come questo, tutte le componenti della scuola avrebbero dovuto essere chiamate a dire la propria, ascoltate, per contribuire a costruire anche metodologicamente i suoi contenuti. Quello che invece è difficile accettare è la rinuncia alla prospettiva dello sperimentalismo e della valutazione delle politiche scolastiche. Ormai si tratta di una pratica diffusa in tutto il mondo ed in comparti molto più delicati di quello dell’Istruzione: senza andare alla sperimentazione in campo medico, che – com’è noto - prevede l’assegnazione probabilistica di persone a gruppi trattati e gruppi cui viene somministrato un placebo, basti pensare ai programmi per la lotta alla povertà J-PAL che in tutto il mondo prevedono l’assegnazione casuale ai programmi dei potenziali beneficiari, oppure il recente esperimento del reddito di cittadinanza norvegese, concesso a duemila disoccupati estratti a sorte.
I punti deboli della sperimentazione
Se c’è un tallone d’Achille nella proposta della Ministra, dunque, è proprio questo. Pare che le classi aderenti non verranno estratte a sorte. Questo determinerà dunque un effetto di selezione avversa rispetto agli obiettivi del progetto. Vi aderiranno cioè, presumibilmente, solo coloro che vogliono finire prima la scuola per motivi di carattere culturale o socio-economico, oppure chi ha una maggiore tendenza a voler sperimentare ed innovare. Insomma: se non è il caso a scegliere, valutare un esperimento diventa più difficile.
Sperimentare senza timore
Ma questo non ci deve mai più togliere la possibilità di rendere migliori le nostre politiche sperimentando. Provando e sbagliando, magari, per poi correggere e migliorare. Da chi trasmette il Sapere, è lecito aspettarsi un atteggiamento più aperto all’apprendimento sperimentale, in un contesto di partecipazione, valutazione e massima trasparenza.



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