Più ascolto, partecipazione, autonomia e meno confini per l'Europa dei Popoli
- Stefano Sotgiu

- 24 set 2017
- Tempo di lettura: 3 min

A prima vista: perché no?
Il caso del referendum negato alla Catalogna, a prima vista, sembra una questione sulla quale è facile farsi un’opinione e dare un giudizio. Da una parte una comunità di sette milioni di persone, con una storia ed una lingua peculiari, un’economia forte, un antico deficit percepito di autogoverno. Dall’altra uno Stato centrale che vuole impedire una consultazione popolare dichiarandola incostituzionale, che mette in atto misure di polizia a difesa dell’intangibilità territoriale. Chi non prenderebbe le parti della comunità che rivendica da sempre la sua indipendenza, soprattutto in un momento in cui c’è un governo che passa alle vie di fatto? La Catalogna ha ottime ragioni, naturalmente.
Il diritto internazionale e l'autodeterminazione dei popoli
Però, come sempre, andando ad approfondire i punti di vista più distanti, dissonanti, fastidiosi rispetto a quelli che normalmente si sarebbe portati ad accettare, si ottiene una visione del problema più completa, che porta ad inquadrarlo in un contesto più ampio. Perché la Spagna si oppone ad una così elementare richiesta? Perché anche l’Unione Europea si schiera dalla parte del governo di Madrid rimettendo la controversia al negoziato interno fra le parti? Bisogna forse fare un passo indietro: il diritto internazionale riconosce l’autodeterminazione dei popoli solo in alcuni casi. In particolare quando si rilevano gravi e continuate violazioni dei diritti umani e politici dei cittadini. In tutti gli altri casi, considera prevalente il diritto degli Stati all’integrità territoriale. Questo per evitare la proliferazione di comunità che, per motivi diversi da quelli elencati, dichiarino unilateralmente la propria indipendenza.
I possibili effetti a catena sull'Europa
In Europa esistono molte situazioni nelle quali tutto questo potrebbe avvenire. Aperta una finestra di possibilità, è del tutto ragionevole prevedere che in molti provino ad imboccarla, per vari motivi. Come nel caso della Padania, ipotizzando che dagli iniziali motivi di secessione fondata su questioni puramente fiscali, si diffondesse fra i cittadini l’idea di appartenere ad un popolo con le caratteristiche necessarie e sufficienti per dirsi tale. Qualcuno ha calcolato che i “popoli” in cerca di confini, in Europa siano un’ottantina. Il numero è tale che viene spontaneo domandarsi se e come sia possibile assumere le decisioni rapide ed efficaci che gli Stati spesso devono assumere in forma collettiva in queste condizioni.
Decidere in tanti è meglio ma "costa" molto
Chiunque di noi ha sperimentato che all’aumentare delle persone coinvolte in una decisione, aumentano le difficoltà nel prenderla. Spesso, la tendenza è quella ad escludere proprio per questi motivi. In pochi apprezzano invece l’arricchimento che arriva dalla partecipazione di molti alle decisioni. E’ un equilibrio molto delicato quello fra costi e benefici dell’aumentare il numero dei decidenti, studiato dall’economia della scelta pubblica, che ci avvisa del trade-off che esiste fra inclusione e costi di transazione, i costi del mettersi d’accordo. Una questione all’apparenza teorica, ma all’atto pratico con un grosso impatto sulle vite dei cittadini. Basti pensare alle difficoltà attuali dell’Unione Europea nel trovare posizioni comuni su temi come l’immigrazione, la politica monetaria, etc… E’ senso comune insomma: ad una decisione devono prendere parte tutti quei soggetti che rendono completa la rappresentazione dei punti di vista ma il numero incide sui suoi costi e tempi. Ed in certi casi questi costi e tempi possono non essere coerenti con la necessaria rapidità con cui questa decisione deve essere assunta.
Più ascolto, partecipazione, autonomia; meno confini
Naturalmente, ottanta Stati avrebbero la necessità di delegare ad un’entità superiore, si potrebbe obiettare. E’ corretto. Ma nella delega va valutato se la perdita di sovranità di queste comunità sia superiore o inferiore a quella della situazione attuale. Pragmaticamente, bisognerebbe valutare cioè, se ai fini del valore dell’autonomia, la nuova configurazione sarebbe migliore. E non è per niente scontato, a prima vista. Soprattutto se, invece che creare nuove barriere e confini in Europa, queste comunità finalmente si sedessero ad un tavolo negoziale con gli Stati nazionali, se si aumentasse il livello di ascolto, partecipazione, autonomia ad assetti territoriali invariati e senza creare nuovi confini.
Se si partisse dai valori in gioco e non dalle posizioni, che, per definizione, sono difficilmente discutibili. In un mondo ormai così interrelato come quello contemporaneo forse, sarebbe la soluzione organizzativa più adatta a metterci nelle condizioni di rispondere agli enormi problemi cui dobbiamo far fronte.



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