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Un governo aperto per politiche più efficaci

  • di Stefano Sotgiu
  • 4 mar 2018
  • Tempo di lettura: 3 min

Immagine di Libby Levi per Opensource.com

Una campagna elettorale avulsa rispetto al tema dell'apertura della governance


La campagna elettorale delle promesse mirabolanti volge al termine e resta sullo sfondo la grande questione della fattibilità delle tante proposte che, come cittadini e cittadine, siamo chiamati a valutare. Una fattibilità che ha sì a che fare con la quantità di risorse destinate a “coprire” le politiche promesse dai partiti ma anche – e forse soprattutto – con la capacità delle Pubblica Amministrazione di realizzarle. Troppo spesso in Italia il dibattito si è concentrato sul quantum delle risorse destinate ai bilanci pubblici tralasciando invece la questione della qualità della spesa. Che invece è fondamentale se si vogliono produrre alcuni effetti di cambiamento.


Le politiche sono prototipi e non prodotti di serie


Il problema, da troppo tempo, viene interpretato da una prospettiva individuale, di produttività del singolo lavoratore pubblico. Una logica che ha certo un suo senso ma che non coglie la complessità del problema. Una complessità che ha invece a che fare con il modello organizzativo da adottare per mettere in opera politiche pubbliche. Ancora oggi, con molti anni di ritardo rispetto al suo picco di diffusione in altri Paesi, la nostra cultura giuridico-formale cerca un improbabile connubio con quella di matrice aziendalistica, che vede le amministrazioni come organizzazioni che devono fornire un servizio ai cittadini ed alle cittadine, considerati come clienti, sulla base di una programmazione molto rigida. Come se, insomma, le politiche fossero prodotti di serie, quando, al contrario sono sempre dei prototipi unici, tagliati su misura, che hanno bisogno di una continua attività di aggiustamento e miglioramento progressivo per funzionare.


Open Governance per migliorare il governo nell'era della Rete


Altrove, dove è nata, questa tendenza culturale è stata già abbandonata per un paradigma che non vede una netta separazione fra interno ed esterno dell’amministrazione pubblica ma ragiona in una prospettiva di apertura e di abbattimento delle barriere fra governi e cittadinanza. Una logica open, come oggi si usa dire. In questi giorni si prepara il Forum della Pubblica Amministrazione che, come ogni anno, introduce elementi di innovazione all’interno del discorso organizzativo nazionale sull’amministrazione pubblica. Quest’anno il tema è quello della Open Governance. L’idea, cioè, che le politiche sono tanto più efficaci quanto appunto crollano le barriere fra amministrazione (interno) e cittadinanza (esterno) e quanto più si adotta un approccio inclusivo, partecipativo, deliberativo che coinvolga tutti gli attori di quelle reti che poi realizzeranno in concreto le politiche, che le faranno vivere nella realtà: amministrazioni, imprese, associazioni, comitati di cittadini, gruppi, singoli, tutti sistemati su un piano orizzontale e non più verticale-gerarchico. Una configurazione, questa, che non ha più alcun senso nell’era della Rete.


Nuove piattaforme e nuovi protagonisti: la Pubblica Utilità.


Nasceranno – stanno già nascendo ed EuPuru! (www.eupuru.eu) ne è un esempio molto evidente, piattaforme nelle quali il bene pubblico non è più solo realizzato dai governi ma da essi insieme alla cittadinanza oppure da cittadini e cittadine organizzati, direttamente. O attraverso loro forme organizzative. Con il contributo del Terzo settore e del mondo delle Fondazioni, che sta trovando in questo campo un nuovo fertile campo di applicazione. Il mondo della Open Governance e dell’innovazione istituzionale che ne consegue, è il mondo del futuro per le politiche pubbliche. O meglio: per la Pubblica Utilità.


Senza cambiare il come governare - la governance - non cambia nulla


Ma tutto questo nelle campagne elettorali per le prossime elezioni è completamente negletto. Si prosegue con il modello “qualità e cortesia”, dove chi si candida a governare magnifica le qualità del suo prodotto per “piazzarlo” senza considerare che, una volta arrivati al traguardo, ci si deve confrontare con la realtà di amministrazioni vecchie concettualmente, inadeguate organizzativamente, dove quasi nessuno ha realmente idea di come costruire un modello di intervento che possa funzionare nel XXI secolo, quello della complessità, dell’individualismo, dei social network, delle bufale a rapidissima diffusione, della scienza fai-da-te.

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