La concertazione dimenticata
- di Stefano Sotgiu
- 15 nov 2019
- Tempo di lettura: 3 min

Un Paese senza memoria
“Noi siamo un Paese senza memoria”. Pasolini, nei suoi Scritti corsari del 1975, aveva colto in pieno uno dei principali difetti italiani. Un Paese senza memoria è anche un Paese senza storia, affermava. E la storia è fatta di un vissuto che dovrebbe lasciare depositi, stratificazioni di lezioni apprese per il futuro. Le politiche pubbliche sono “utensili”, dispositivi che nascono sperimentali per poi essere affinati attraverso una continua messa a punto che parte dalla valutazione dei loro effetti e dei loro percorsi. Questo, almeno, sulla carta. In Italia, però, non è così. Le politiche si fanno sulla base di ondate emotive, non si valutano praticamente mai e alla fine, quando sono consumate - in genere dopo poco tempo - si buttano via. Una moda via l’altra, termine anglosassone dopo termine anglosassone, bruciamo esperienze che, se venissero osservate, valutate, manutenute potrebbero risultarci ancora molto utili.
Il caso della concertazione
E’, per esempio, il caso della concertazione. La concertazione è una pratica dialogica fra governo e parti sociali che ha consentito all’Italia nei primi anni ‘90 di fissare importanti obiettivi di politica economica (redditi, inflazione) in maniera condivisa, mantenendo così un certo livello di coesione sociale. Fu Carlo Azeglio Ciampi con il suo governo, il primo che integrava una forza post-comunista (non a caso) a portarla all’attenzione dell’opinione pubblica come metodo di costruzione di politiche economiche. Un metodo che i governi successivi, centrati non sul dialogo ma sulla leadership e su una concezione maggioritaria via via sempre più muscolare, hanno presto disconosciuto. In particolare quelli di centrodestra, con Berlusconi. Il metodo fu ripreso dal primo governo Prodi con il Patto per il lavoro del 1996, uno sforzo quasi omnicomprensivo di ogni politica di sviluppo e per questo, forse, eccessivamente ambizioso. Il primo grave errore italiano è quello di ritenere che, al cambiamento di governo, ogni atto di quello precedente debba essere azzerato.
"Dispositivi" di policy come permanenze del fare politiche
Strumenti come quelli costruiti sulla base del dialogo, invece, dovrebbero manifestare una certa persistenza. Passando dal campo politico a quello dell’amministrazione, dovrebbero costituire il vero filo conduttore, stabile, delle politiche di un Paese. Non fu così. La concertazione fu screditata e poi abbandonata anche dai progressisti italiani. Senza tentare di comprendere dove funzionava bene e dove poteva essere migliorata. A tutto vantaggio di metodi decisionali assai meno ricchi di dialogo e pluralismo. A vantaggio di un decisionismo eccessivo e un po’ narcisista, se è consentito. Un vero peccato, perché la concertazione conteneva un elemento di analisi molto importante che arriva dalla teoria dei giochi. Nel dilemma del prigioniero è chiaro come strategie che massimizzano i vantaggi individuali generano un esito collettivo meno favorevole.
L'opportunismo di oggi
Oggi il nostro Paese è tornato a prima del 1993, con tanti attori che perseguono strategie individuali, opportunistiche. Spesso non sono nemmeno attori collettivi ma singoli. E’ il caso della discussione sull’ultima Legge di Bilancio. Ogni forza di governo vuole issare su di essa la propria bandierina, vuole accontentare una parte del suo elettorato. Il sindacato annuncia mobilitazione se verrà toccato il cuneo fiscale. Sono stati giorni di tensione, gli ultimi. Col Presidente del Consiglio Conte che provava, correttamente, a far dialogare le parti. Ma opportunistica è anche la strategia dell’opposizione, che si disinteressa del clima del Paese e prosegue nell’opera di imbarbarimento del discorso pubblico. Che potrebbe consegnarle un Paese più incattivito di quello attuale.
Chissà cosa penserebbe oggi il Presidente Ciampi nel vedere la sua lezione gettata alle ortiche, nel constatare il ripiegamento su se stessi di processi decisionali vitali per il governo. Forse ci ricorderebbe che la pratica dialogica, la concertazione, la partecipazione non sono inutili perdite di tempo per turbo-leader ma arricchiscono ogni decisione, a saperle ben praticare.



Commenti