6.000 sardine italiane e Marx: quanto resisterà il movimento degli outsider?
- di Stefano Sotgiu
- 7 dic 2019
- Tempo di lettura: 3 min

Un fenomeno nuovo ma ciclico
6.000 Sardine. La new sensation della politica italiana parte da Bologna con un successo oltre ogni aspettativa degli organizzatori per allargarsi all’intera Emilia-Romagna e non solo. E’ un fenomeno interessante, ciclico, che segnala la voglia di tante persone, specie giovani, di impegnarsi nella cosa pubblica. Dicendo basta alla narrazione della discriminazione e dell’odio che prende piede in Italia ed in Europa. Un movimento che fa della leggerezza e dell’ironia, unite alla fermezza del messaggio, il suo punto di forza e che tenta di gemmarsi in molte realtà italiane attraverso l’identificazione in un marchio depositato. Un segno distintivo rispetto alle clonazioni devianti ed alle interpretazioni fuorvianti del messaggio originario. Che faccia distinguere alle persone quali sono le sardine originali da quelle adulterate, che, in un ambiente malsano come quello dei social network già proliferano.
Di questo movimento si è parlato molto nell’ultima settimana. Forse anche troppo, secondo alcuni. Con il forte rischio di ridurre tutto a stereotipo. Banalizzando ciò che di profondo esiste in questa nuova occupazione delle piazze da parte di migliaia di persone. Le 6.000 Sardine, con la registrazione del loro marchio all’Ufficio europeo per la proprietà intellettuale tentano, appena nate, di controllare una crescita impetuosa, certificando in qualche modo i gruppi organizzatori con intenzioni genuine da quelli che nascono con altri fini. Sanno bene che nell’era social, basta poco per accendere flame di indignazione che possono mettere in discussione una costruzione così delicata, tutta basata sulla fiducia. Pensano dunque ad un futuro.
Ora inizia il difficile
Come alcuni degli organizzatori hanno giustamente sottolineato pubblicamente, il difficile comincia ora. Dopo un enorme successo iniziale ed in presenza di una “bolla” che ogni giorno cresce di più, la stabilizzazione e l’istituzionalizzazione sono il momento più difficile. Lo sono e lo sono state per tutti i movimenti, che scontano problemi di carattere strutturale di non poco conto, accentuati dalla configurazione dei rapporti di potere nella società che si è andata accentuando negli ultimi decenni. Da una parte un establishment privilegiato o comunque garantito, dotato di risorse per resistere a forti scossoni che arrivano dall’esterno del loro mondo protetto, dall’altro la maggioranza degli outsider che premono alle porte per poter avere voce. Una voce che, egoisticamente ed irresponsabilmente rispetto ai loro stessi interessi, finora i protetti, i garantiti, non gli hanno finora concesso.

Le risorse dell'establishment ed il sacrificio individuale degli outsider
L’establishment, infatti, si basa su una strategia semplice ma efficace. Ha risorse e dunque temporeggia. Lascia che “passi ‘a nuttata”, che si sfoghi il temporale. Fa finta di ascoltare ed annuisce ma non concede niente di sostanziale. Dall’altra parte, quella degli outsider, c’è un grande impeto, forza, creatività. Ma dopo un avvio bruciante emerge la consapevolezza delle proprie debolezze. L’impegno politico è totalizzante. E’ una professione, come sottolineava Weber già all’inizio del secolo scorso. Fatta di passione e perizia tecnica. Un impegno che non paga immediatamente.
Mentre la vita, invece, chiama. Chi fa i “lavoretti” lo sa benissimo. Per riuscire a portare a casa uno stipendio dignitoso, bisogna lavorare duro. Non si ha il tempo per fare politica. I costi umani sono altissimi. Sta qui lo scacco che fino ad oggi chi detiene privilegi ha dato agli outsider. Il lavoro precario di tanti, troppi, li rende deboli sul piano politico, dipendenti. Una situazione che per gli studenti è più sfumata – anche se le assenze si pagano – e che pesa anche sui disoccupati, che devono togliere tempo prezioso alla ricerca di lavoro. E’ la struttura economica della società, la cui azione era stata mitigata dalle politiche progressiste del ‘900, ad influenzare la rappresentanza politica. Fare politica, oggi, è sempre più per notabili, per garantiti. Per chi ha il magazzino pieno di provviste.
E’ un fatto economico. E Marx aveva ragione, a meno che 6.000 Sardine italiane non lo sconfessino.



Commenti