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Il MES e quella storia dei due prigionieri opportunisti

  • di Stefano Sotgiu
  • 22 dic 2019
  • Tempo di lettura: 3 min

Uno schema del dilemma del prigioniero (da scuolacoop.it))

C’era una volta l’arte del negoziato. Ormai la politica italiana è segnata da una sequenza di diktat, ultimatum, agende dettate, identità sottolineate, toni perentori.


Pare non sia servito il grande spavento estivo alle forze opposte al centrodestra così come non serve il continuo stillicidio di notizie di neofascismi o neonazismi emergenti cui assistiamo troppo spesso in questo periodo. Tutto questo dovrebbe indurre le forze politiche che dichiarano di voler far da argine al dilagare di un sentimento reazionario a negoziare, a trovare accordi, a governare senza scossoni.


Perché? Perché nella negoziazione dovrebbe valere il principio per cui se la propria condizione senza l’accordo fosse peggiore di quella determinata dall’accordo, varrebbe la pena percorrere la strada negoziale. Ciascuno, invece, pare pensare per sé.


Il caso del Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e l'opportunismo irrazionale


L’ultimo caso è quello del Meccanismo Europeo di Stabilità, o MES, che ha riempito il dibattito pubblico dell’ultimo periodo. Ebbene, è molto difficile sentire in giro voci che si mettano dalla parte della collettività europea, degli interessi di tutto il Continente e non solo di quelli particolari dei singoli Stati. Si discute se ci conviene adottare le modifiche a questa istituzione finanziaria creata ormai nel 2012. E si ha davvero il sospetto che quel “ci conviene”, che già sarebbe piuttosto miope se riferito all’intero Paese, sia invece connesso con la convenienza di partito. Con il consenso in calando – ad esempio – del partner maggioritario del governo, in preda ad una devastante crisi d’identità. Vale allora la pena ricordare innanzitutto quale può essere la migliore alternativa ad un accordo negoziato in questo caso. In quali condizioni si troverebbe il nostro Paese, privo di uno strumento come il MES, in caso di attacco speculativo ai nostri titoli di Stato e lasciato sostanzialmente da solo dagli altri partner europei con l’attuale debito pubblico? Perché, piaccia o meno, quel debito esiste, nessuno lo ha imposto al Paese, è un prodotto della politica e quindi della volontà dei cittadini e delle cittadine italiane, che dobbiamo presumere (spesso la politica lo afferma, anche se ogni dubbio è giustificato) volontario ed intenzionale. Essere dunque in balìa della tempesta, senza regole di uscita ordinata da una situazione drammatica, senza partner in Europa sulla cui solidarietà poter contare, nelle nostre condizioni, non pare francamente una trovata geniale.


Negoziare per essere più forti


Per cui sarebbe il momento, sia pure senza rinunciare al pensiero critico, di evitare di attaccare i Paesi partner e sedersi ordinatamente intorno ad un tavolo con loro per parlare dello strumento di cui tutta l’Unione ha bisogno. Non di quello che serve a questo o a quel Paese. Rinunciando a qualche cosa per avere qualcos’altro. Forse converrebbe ricordare, infatti, che un interesse europeo a dotarsi d’istituzioni comuni, che tutelino l’interesse comune, dell’Unione e non della somma dei suoi Stati, esiste. Soprattutto in un mondo come quello contemporaneo nel quale solo un terzo blocco compatto e sufficientemente dimensionato può parlare con voce autorevole in consessi internazionali nei quali siedono giganti come Stati Uniti e Cina, per non parlare di potenze emergenti come l’India, per esempio. Sentire “ci conviene” suona particolarmente miope e provinciale, stando così le cose. E pericoloso. Da chiunque arrivi, naturalmente, anche se il nostro Paese, da qualche tempo, si distingue per essersi rimpicciolito, quasi rattrappito e ritirato in termini di visione strategica, badando al piccolo cabotaggio.


Il Dilemma del Prigioniero e l'utilità dell'azione collettiva


Magari gioverebbe ricordare quella famosa storiella dei due prigionieri, che non potendo comunicare, seguirono ciascuno il proprio interesse opportunistico parlando per far condannare il complice. L’epilogo fu per i due poco piacevole, perché così facendo ebbero ugualmente da scontare una pena pesante. In certi casi, cooperare nell’interesse comune è vitale. Quel “ci conviene” dovrebbe essere riferito ad una “casa” europea che bisogna smettere di porre continuamente in discussione.

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